Donne, islam e retoriche dello scontro di civiltà

non so se avete visto il programma di santoro dedicato alla violenza contro le donne (musulmane), questo articolo propone interessanti spunti di riflessione:

da Liberazione del 3 aprile 2007

Non tutti i migranti sono islamici. Non tutti gli islamici delinquono. Anche gli italiani picchiano le donne…

di Laura Eduati

Non nascondiamoci dietro un dito: le donne musulmane patiscono forme brutali di violenza domestica e in alcune moschee improvvisate gli imam predicano il fondamentalismo. Non solo: in Italia i migranti a volte faticano ad integrarsi con il rischio di creare ghetti come quello di via Anelli a Padova.
Verità incontrovertibili, descritte dai media italiani. Che però rischiano di dare una rappresentazione distorta della realtà.

L’elzeviro

Due belle inchieste (Santoro e La 7) sull'immigrazione parlano di abusi subìti dalle musulmane, terrorismo e via Anelli. Ma… 

Non tutti i migranti sono islamici. Non tutti gli islamici delinquono. Anche gli italiani picchiano le donne… 

Laura Educati

Non nascondiamoci dietro un dito: le donne musulmane patiscono forme brutali di violenza domestica e in alcune moschee improvvisate gli imam predicano il fondamentalismo. Non solo: in Italia i migranti a volte faticano ad integrarsi con il rischio di creare ghetti come quello di via Anelli a Padova.
Verità incontrovertibili, descritte dai media italiani. Che però rischiano di dare una rappresentazione distorta della realtà.
Partiamo da Annozero , che giovedì scorso ha dedicato una puntata sulla violenza domestica dal titolo Amore mio . Succede spesso: quando una donna muore per mano del marito o del fidanzato i media chiamano amore la violenza. Come quella coppia del comasco ritrovata morta in un casolare sperduto, lui aveva ucciso lei e poi si era suicidato: in quel caso il Corriere della Sera aveva ripreso nel titolo le parole del cognato: «Morti abbracciati come Romeo e Giulietta». segue a pag 3 

annovero e "Stato di paura"Bravi, ma…

Eppure Annozero , a qualche minuto dall'inizio, punta le telecamere sulla comunità musulmana e sui casi di povere donne di origine maghrebina seviziate dal marito, segregate in casa, private dei figli quando trovano la forza di denunciare, costrette alla poligamia. La presidente delle donne marocchine in Italia Souad Sbai, presente in trasmissione, lo denuncia da mesi e precisamente dallo sgozzamento della pakistana Hina a Brescia. Lo ripete in una intervista al Corriere di domenica: i drammi delle migranti musulmane vengono sistematicamente ignorati dalla sinistra multiculturalista e buonista, la stessa che minimizza sulle moschee fondamentaliste. Ignorati specialmente dalle femministe, che dovrebbero dare un connotato etnico alle loro denunce. Per Souad Sbai il dramma delle musulmane non è soltanto la violenza domestica – patita in ugual misura dalle donne italiane: c'è un quid, e questo quid è la cultura musulmana. I migranti di fede islamica, giunti in Italia, subiscono una involuzione: mentre in Marocco la legge toglie l'obbligo del velo e scolarizza le donne, in Italia gli imam spingono i mariti a picchiare le mogli e ad imporre il velo.
Un punto su cui riflettere. E difatti ieri mattina, nel quasi assoluto silenzio dei media, il Centro culturale islamico di Roma ha dato il via al primo corso di italiano destinato alle musulmane mai organizzato in una moschea. Il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, presente all'inaugurazione, non nega la specificità della comunità musulmana, ma è convinto che «sarebbe da stupidi dire che la violenza domestica è limitata alla religione islamica».
Annozero invece dà l'impressione che sia così. Non solo: alla fine della puntata entra in una moschea di Torino e filma un imam che incita all'odio verso gli occidentali. Per lo spettatore, un reale problema diventa una semplice equazione: violenza domestica uguale musulmani uguale terrorismo.
Prendiamo un secondo filmato mandato in onda ieri sera su La7. Si intitola Stato di Paura. Lo scontro di civiltà . Un' ora e mezza in presa diretta al di qua e al di là del muro eretto lo scorso agosto dal sindaco padovano Zanonato per impedire lo spaccio.
I protagonisti: un gruppo di spacciatori maghrebini che denunciano la clandestinità coatta e un gruppo di padovani che la sera camminano attorno al complesso di via Anelli armati fino ai denti. Uno di loro possiede un kalashnikov e dice a chiare lettere che bisognerebbe affondare i barconi dei migranti per poi finirli con la mitragliatrice. Le immagini epiche e commoventi degli sbarchi a Lampedusa vengono legate direttamente a via Anelli: un migrante intervistato sulla banchina del porto ammette che la sua meta è Padova.
Se Stato di paura ha il merito di fotografare il peggiore ghetto d'Italia, d'altra parte tralascia un dettaglio fondamentale: che nelle sei palazzine vivevano specialmente famiglie di migranti lavoratori e nient'affatto delinquenti. «Lo scontro di civiltà è un dato di fatto», dice Giuliano Ferrara in apertura della puntata speciale di Otto e mezzo dedicata al film di Roberto Burchielli e Mauro Parissone. Ma dov'è lo scontro, se è vero che le famiglie straniere cosiddette perbene hanno applaudito al muro – insieme con i vicini padovani – chiedendo di allontanare gli spacciatori? Il rischio è ancora una volta di cadere nel sillogismo: il delinquente è musulmano, quindi ogni musulmano è delinquente.
Non viene detto dai media italiani che cinque delle sei palazzine sono state sgomberate, le famiglie inserite in alloggi popolari dignitosi in un programma del Comune padovano che il ministro Ferrero a Otto e mezzo indica come «la più importante opera di riqualificazione degli ultimi 20 anni in Europa».
Che il problema non sia l'Islam lo dimostra il fatto che oggi gli spacciatori di via Anelli, cacciati dal quartiere, hanno trovato rifugio in altre zone di Padova.
E allora ha ragione Gianfranco Bettin. Ospite di Ferrara e Armeni, ci spiega perché nel Veneto, una delle regioni a più alto tasso leghista, l'integrazione dei migranti sia ormai una realtà certificata persino dallo Cnel- e via Anelli una preoccupante eccezione: perché la rappresentazione della realtà è sempre fuorviante e occorre insomma andare a guardare le buone pratiche delle amministrazioni locali. Costrette a chiamare le cose con il loro nome e a trovare soluzioni, che poi questo è il mestiere della politica.
Mettere il dito sulla piaga è invece il mestiere del giornalista. Ed è giusto ricordare alla politica – senza buonismi né sensazionalismi – che l'immigrazione è il grande fenomeno sociale di questi anni.
Ma dipingere l'immigrazione come essenzialmente musulmana, i migranti assetati che sbarcano su Lampedusa come se questa fosse l'unica via, i musulmani come inclini al terrorismo e alla delinquenza, e le donne arabe come le principali vittime della violenza domestica è un torto che i media fanno ai migranti e agli italiani. Anche a quelli di centrodestra.


03/04/2007

This entry was posted in Generale. Bookmark the permalink.

1 Response to Donne, islam e retoriche dello scontro di civiltà

  1. graziamaria says:

    Quando gli italiani capiranno che integrazione con è buonismo ma un modo per far sopravvivere quel poco o tanto di buono che ancora esiste nell’Italia?
    Muro contro muro non serve, le nostre convinzioni sono fragili, non siamo istruiti nella nostra religione,che però difendiamo a spada tratta contro le altre. che poi, neanche quelle le conosciamo, ma sono altra cosa e quindi “male”; non siamo convinti della necessità di portare avanti le nostre tradisioni e la nostra cultura e ci vendiamo a quelli che crediamo “superiori” per avere qualche differenziazione sociale in più. Per esempio ci americanizziamo con molta facilità. Ci facciamo venire l’esaurimento per gestire lavoro, casa, un figlio, e caffè: pausa! Non è un’accusa, è una realtà di fatto, la civiltà occidentale è fiacca! L’unico modo per salvarla sarebbe raccogliere quello che resta e sperare che sopravviva come substrato all’ interno di di altre culture emergenti, un po’ come è accaduto per la civiltà romana,l’etrusca… Chissà quale sarà quella in cui sopravviveremo.
    Se affronteremo questo processo con partecipazione, firse ci saremo, cioè,ragionevolmente possiamo credere che nella nuova civiltà ci sarà tanto dell’Islam e tanto del cristianesimo, tanto dell’oriente, tanto dell’occidente…
    Se i tanti bambini nati dalle pance islamiche, cinesi, filippine, saranno un po’ anche i nostri bambini sicuramente nella prossima civiltà ci sarà anche la nostra, altrimenti diventeremo solo un paio di righe nei libri di scuola solo un “apporto” remoto.
    Mi spiace, ma al fatto che la sopravvivenza di una etnia si possa imporre ad un’altra con i fucili e i ghetti non ci credo.
    Deve sopravvivere naturalmente per consenso unanime, non per forza.
    Se noi avessimo creduto seriamente alla bontà della nostra civiltà, non l’avremmo ridotta a caroselli e veline, se avessimo creduto alla bontà del nostro cibo non l’avremmo rimpiazzato con i fast food stranieri, non avremmo colpevolizzato le mamme che decidono di avere più di un figlio, anzi, avremmo pagato il servizio sociale che offrono alla società… un figlio è di tutti e una madre che lo alleva svolge un servizio sociale; non avremmo sbattuto i bambini dalle sette di mattina alle sette di sera nei nidi e nel pre e post scuola,come polli in batteria (nonostante la dedizione e la buona volontà degli operatori, nessun pre scuola sarà come una buona colazione in famiglia…) avremmo trovato alternative alla spersonalizzazione delle nostre tradizioni. E noi donne italiane saremmo state un bell’esempio da seguire caso mai anche per le donne islamiche, una gioia di vivere,caso mai ci saremmo sorellamente unite per smussare qualche esagerata visione dell’onore. Non l’abbiamo già fatto anche qui in Italia? Insomma, Bisogna avere coraggio, aiutarsi e parlarsi morbido, come al campeggio, non vivere nei bunker per dire: sì, ma io nel mio bunker ho la piscina megagalattica con schermo panoramico. Fuori è tutto uno schermo panoramico e… costa molto meno, in stress.

Comments are closed.